Broken Wings…

Da qualche giorno mi è rimasta in testa una canzone degli anni ’80. Per chi come me è cresciuto con la serie TV Maiami Vice, ricorderà le hit di quegli anni, una di queste, Broken Wings dei Mister Mr., mi è rimasta impressa nella mente, come una fotografia.

La mia fotografia su questa canzone, mi parla dell’estate dell’’85 a Praia a Mare. Mia madre prendeva in affitto la casa per tutto il mese, ed io diventavo matta di gelosia a vedere mia sorella maggiore, all’epoca adolescente, uscire con dei bellissimi ragazzi, andare in discoteca o a feste sulla spiaggia, varie volte l’ho seguita, lei ignara di questo, si ritrovava me che la seguivo, magari insieme ad altri miei coetanei, noti per essere dei piccoli combina guai.

In una di queste mie avventure alla scoperta dei segreti di mia sorella, la seguii fino al luna park, dove tra giri nelle giostre, una dei membri della nostra compagnia di piccoli geni dei disastri, era la figlia di un gestore di giostre, giri gratis per tutti.

Nelle calde e afose serate della Calabria degli anni ’80, questa canzone si faceva spazio tra tante, io non capivo ancora l’inglese, non lo conoscevo ancora, nonostante avessi smesso da qualche anno di ascoltare lo zecchino d’oro e mi fossi addentrata nelle canzoni dei Police, dei Dire Straits, degli Spandau Ballet e dei Duran Duran, ancora non ero in grado di capirle, sebbene a memoria ne conoscessi il ritornello.

In una di quelle sere, mentre l’otto volante ci portava più in alto, io cantavo questa canzone, solo il ritornello. Vedevo il mare dall’alto, ne sentivo i cavalloni pazzi rincorrersi per vedere chi per primo toccasse la spiaggia, sentivo la libertà del vento, la libertà di alzarsi in piedi e sfidare la forza di gravità. Ero libera, le mie braccia da bambina, che simulavano le ali.

Ero una bambina di 9 anni, a cui non avevano dato Cristina d’Avena, ma avevano dato la musica più bella del mondo. Ero una bambina con una cotta per Sonny Crocket, per il coccodrillo Elvis e per quella libertà che vedevo nei video di Video Music.

Broken wings, che poi ho capito significava ali spezzate, per me era la canzone della libertà.

Ancora oggi per me c’è questa immagine di me bambina sull’ottovolante, con le braccia allargate, il vento nei capelli e l’odore del mare che sale dalla spiaggia dove c’era il luna park. Per me questa canzone era sinonimo di corse in bicicletta fino al mare, per poi buttare, alla meglio, la bici sulla sabbia e correre incontro alle onde. I piedi nell’acqua, il mare che mi cattura e mi lascia andare, mi porta in alto, poi mi porta in basso, poi mi riporta a riva. Il mare e il vento che d’estate, per me significavano libertà, quella libertà da ogni obbligo, da ogni regola, da ogni maledetta sveglia.

Mia sorella credeva che io le invidiassi i suoi anni adolescenziali, che volessi copiarla, che volessi fare tutto quello che faceva lei, che volessi andare dove andava lei. Dal canto mio, io volevo solo stare dove suonassero la musica che mi piaceva, per me lei poteva fare quel che voleva, io volevo solo sentir suonare chitarre, batterie, cantare, l’età era un fattore dissonante e relativo, io volevo libertà. Io volevo volare come sull’ottovolante, dove andavo tutte le sere.

Ci andavo anche da sola, mia madre sapeva sempre dove trovarmi, ovunque ci fosse musica, ovunque ci fossero luci a sufficienza da farmi essere allegra, ovunque si potesse sentire l’odore del mare.

Io ero e sono le ali spezzate di quella canzone, con tanti sogni e tanti momenti chiusi lì in una scatola, che non si spengono mai, che tornano sempre, insieme alle grandi Hit. Ogni tanto li rivivo nella mia mente quei momenti, perché avere nove anni, essere una bambina sull’ottovolante, con le braccia allargate e il vento nei capelli è la mia immagine preferita, è quella che dice di me, più di quanto ci sia da raccontare.

Napoli o Milano? Domanda esistenziale

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Mi hanno chiesto spesso se mi piacesse di più Napoli o Milano, potrei dire che questa rientra tra le dieci domande esistenziali che non hanno e non avranno mai una risposta. Se te lo chiede un napoletano, si aspetta la tipica risposta che comprenda un elogio poetico, degno di Leopardi, alla sua città. Se te lo chiede un milanese, si aspetta una critica della ragion d’essere paragonabile a quella di Kant. Ma se te lo chiedi tu? Tu che vivi a metà? Tu che fondamentalmente hai due vite, una a Napoli e una a Milano, se ti chiedi tu quale è la città che preferisci, la risposta la devi sapere. Io non la conosco, sono anni che me la faccio, ancora non ho la risposta. Amo Napoli, come se fosse mia madre, quell’amore embrionale che nasce dal momento del concepimento. Amo Milano? Beh Milano la stimo, amarla proprio non mi è mai riuscito. L’amore per me deve essere quella cosa che ti fa mancare il respiro, che ti dona il sorriso anche quando non c’è niente da sorridere, che ti fa ballare sotto la pioggia. Ecco a me Milano questo effetto non lo fa. Diciamo che è un rapporto alla pari, tu mi dai il lavoro, io ti porgo rispetto.

C’è stato un tempo in cui ho amato Milano, ma è un tempo, di tantissimo tempo fa, quando ero ancora bambina e Milano voleva dire famiglia, mamma e babbo. Con la morte di mio padre, per me Milano è diventata una città ermetica, o forse sono stata io a diventare ermetica a lei, impermeabile, intollerante anche. La ritenevo responsabile.

Per cui se devo essere sincera si, amo Napoli, amo il fatto che è sempre la stessa e che cambia continuamente, che si trasforma, che è sempre un po’ Vajassa e un po’ raffinata, amo quel suo essere distintamente una cosa e l’altra ben mescolate, amo i suoi infiniti panorami e i suoi infiniti problemi. Quei difetti che la rendono bella, come una donna, bella anche quando non sa di esserlo, bella anche quando appena sveglia la mattina, struccata e scarmigliata di guarda e sai che è la donna più bella del mondo. Amo sentire profumo di caffè, sfogliatella – per me un riccia, grazie – e il sorriso di un perfetto sconosciuto. Amo passeggiare in quei vicoli, in quelle strade, sentendo il profumo di arte e storia, di sacro e profano. Amo vedere una madonna in un vicolo e poco dopo Maradona. C’è tutta la dissacrazione del mito, amo vedere un sorriso ad ogni incrocio, occhi che ti seguono per vedere cosa fai e dove vai.

Amavo Napoli di notte, quando tornavo casa e mi fermavo a guardarla da San Martino, da Via Giacinto Gigante. Amavo quando arrivavo in Stazione Centrale e la prima cosa che sentivo erano i clacson impazziti e i tassisti che trattavano su tutto, convinti di aver trovato la milanese da spennare.

Amavo tornare a casa da scuola, schiacciata in quel pullman tanto da sentire ogni odore, di vita, di umanità, di persone che vivevano e sentivano. Amavo camminare. Passeggiare al Vomero, con un gelato, un caffè con un’amica, Via Luca Giordano, Via Scarlatti, Piazza Vanvitelli e poi andare verso il centro. Amavo la funicolare, ricordo quando finalmente imparai a prenderla da sola, Napoli mi si apriva come un immenso labirinto denso di segreti.

A Napoli la solitudine di vagare da sola non mi metteva tristezza, a volte staccavo le cuffie per sentire le voci delle persone, per sentire la gente. Non mi sentivo triste, mai. A Napoli ero me stessa e se anche c’era una delusione, una lacrima, trovavi sempre qualcuno che quella lacrima la faceva sparire.

Napoli per me è stata la cura alla mia eterna depressione, al mio sentirmi sempre inadeguata, fuori posto, disadattata. Napoli mi diceva “’e qual’e ‘o problema?” Per quella città io non ero inferiore o superiore a nessuno, io ero una dei suoi tanti figli, andavo consolata e abbracciata, cazziata e schiaffeggiata. Napoli era l’abbraccio di un’estate dopo un inverno in agonia.

Eppure oggi che sono lontana da quella città mi rendo conto di amarla, mi rendo conto che in lei esiste ed è ancora viva mia madre, che la morte è solo un’altra fermata del treno. Mi rendo conto che quando ci vado, il tempo non mi basta mai, per fare e per vedere. Perché quando ci vivevo il tempo era tutto quello che avevo e lo spendevo nel guardarmela da ogni angolazione possibile, come un fotografo che cercava, sempre, l’ora perfetta, la luce perfetta, il momento perfetto. Napoli è un insieme di momenti perfetti, resi imperfetti. Un insieme di errori, che sono così belli da vedere che in fin dei conti si pensa, grazie a Dio che ci sono.

Ma la domanda davvero esistenziale è “Tu ti senti più milanese o napoletana?” io rispondo così Una Milanese a Napoli una Napoletana a Milano.

23 maggio 1992

Chi tace e chi piega la testa muore ogni volta che lo fa, chi parla e chi cammina a testa alta muore una volta sola.

Giovanni Falcone

 

Il 23 maggio del 1992 trovano la morte, sull’autostrada Palermo Catania, all’uscita di Capaci, Giovanni Falcone, sua moglie, Francesca Morvillo, gli uomini della scorta, Vito Schifani, Rocco Dicilio, Antonio Montinaro.

Quell’anno io avevo 15 anni, ero nel pieno dell’adolescenza, nel pieno di mani pulite, nel pieno di ormoni impazziti che combattevano battaglie in solitario.

Ero a scuola quella mattina, come tutte le mattine, in attesa che la professoressa di storia mietesse le sue vittime, interrogava a raffica, per un momento pensai che se fossi riuscita a strappare la sufficienza, forse sarei passata al secondo anno di liceo, la vedevo dura, i professori mi odiavano, io avevo appurato di odiare loro. Nel caldo, sonnolento giorno di maggio, che si apprestava a finire, davanti a me vedevo solo il treno per Napoli. Meditavo di lasciar perdere le scuole di Milano e ricominciare daccapo a Napoli. Davanti a me vedevo Napoli e poi Malta, vacanza studio. Non vedevo altro, non guardavo nemmeno la televisione, non ne sopportavo il rumore.

Quel giorno, dovevo andare alle messaggerie musicali il pomeriggio, Ero a corto di nuovi cd da ascoltare, per cui finita la scuola mi diressi a passo lento verso la metropolitana.

Passai tutto il pomeriggio tra le messaggerie e il virgin mega store, alla ricordi in cerca di qualcosa, vagavo in quelle vie del centro da sola, con un solo pensiero, mi avrebbero bocciata, mia madre l’avrebbe presa come una delusione, il peggio sarebbe arrivato dai miei cugini di Napoli…… non me ne importava un accidente.

Alle sei di sera mi diressi con estrema calma alla fermata della metropolitana, Milano era stranamente silenziosa, attonita, bloccata. Dai televisori dei bar vedevo immagini di un attentato, non avevo ancora capito cosa era successo.

Arrivai a casa, trovai mia madre ferma davanti al televisore, guardava le stesse scene che avevo visto io, la voce di giornalista gridava che Falcone era caduto in un attentato di mafia.

 

Giovanni Falcone che solo un mese prima era venuto a Milano a tenere un discorso all’università. Quello che solo un mese prima avevo visto insieme alle mie compagne di scuola. Falcone quello che combatteva la mafia armato solo di un forte senso di amor di Patria. Quell’uomo dall’aria buona, mite e simpatica, che si era intrattenuto con noi studenti, scherzando in siciliano, quell’uomo che ci aveva detto di non cedere alle lusinghe del facile, ma di lottare perché la vita è una lotta, la lotta alla mafia era convertire all’onestà noi studenti, far cadere il muro di omertà. Se vedi un crimine denuncialo. Quell’uomo che credeva nella legge, come un prete crede in Dio, quell’uomo giusto, aveva trovato la fine del suo viaggio, proprio mentre rientrava a casa sua con sua moglie. Volle guidare lui la sua macchina. Non so perché a me venne da canticchiare la canzone di Guccini, “in morte di F.S.” perché? La mia mente continuava a chiedersi perché? Chi erano questi mostri? Avevamo finito con le bombe degli anni di piombo, si cominciava con le stragi di Mafia.

Due giorni dopo i funerali, seguiti con tutta la scuola nell’aula magna, a me, ma credo a tanti, rimasero in mente le parole della vedova Schifani. “io vi chiedo di inginocchiarvi e chiedere perdono, io vi perdono, ma vi dovete inginocchiare” quelle parole, non tanto la morte dei Servitori dello Stato, furono per me un colpo. Immaginavo quella donnina piccola e minuta, giovane, con figli piccoli, ai quali avrebbe dovuto dire le stesse parole che dissero a me quando morì mio padre, “il tuo papà non tornerà più a casa” quel non tornerà più, quel tono definitivo, quell’incubo che quei bambini avrebbero dovuto vivere, marchiati dalle parole di condanna della loro madre. Loro avrebbero avuto per anni la loro madre ripresa in tutti i telegiornali che urlava “io vi perdono, ma vi dovete inginocchiare”. Io credo che più di Falcone, più della moglie, la vera accusa fosse mossa da quella donnina, quella moglie, quella madre, che si vedeva da sola a dover crescere i figli, esiliata magari, per aver mosso accuse, che in quegli anni dovevano essere sussurrate.

Non mi rimasero le parole degli altri presenti al funerale, neanche quelle di Borsellino che se ne sarebbe andato dopo due mesi, no mi rimasero marchiate a fuoco nell’animo le parole di quella donna. Fu quella donna, la vedova Schifani a scuotermi. I professori al termine della diretta spensero il televisore, noi rimanemmo lì in silenzio, come Manzoni nel 5 maggio, “attonita la terra al nunzio sta” noi eravamo attoniti, chi piangeva, chi aveva gli occhi lucidi, chi recitava un eterno riposo, io guardavo fissa lo schermo, a turno ci chiesero di esprimere un pensiero per Falcone, io espressi solo questo. “ci vuole coraggio ad accusare pubblicamente lo stato di essere colluso con la mafia, un coraggio dettato dalla disperazione di una donna che dovrà crescere dei figli da sola” fui zittita, come ignorante, come stupida, cosa ne potevo sapere io, che sarei stata bocciata. Ero all’apice dell’indignazione, mi alzai da quella sedia e senza curarmi di altro uscì da quella scuola maledetta. Cosa ne sapete voi del coraggio. Quella donna, avrebbe dovuto dire ai suoi figli che il padre era morto per proteggere un uomo, che si era trovato nel momento sbagliato, nel posto sbagliato, che non ci sarebbe più stato per accompagnarli a scuola, alla festa dei diciotto anni, alla prima comunione o all’altare. No, loro avrebbero dovuto convivere ogni giorno con le immagini del loro padre morto in un attentato di mafia. La mafia non aveva ucciso solo cinque persone, aveva ucciso intere famiglie, famiglie di gente onesta, famiglie di gente che lavorava per dare ai figli un futuro migliore. Ecco quale era la vera ingiustizia, dei figli che non avrebbero più avuto un padre, perché qualcuno aveva deciso di premere un interruttore.

Quel giorno decisi, io volevo diventare una poliziotta, non perché mi piacesse immolarmi per un magistrato, ma perché in questo Paese c’era fame e sete di giustizia, c’era bisogno di vedere il buono e combattere il male. Tornai a casa ed espressi a mia madre questo desiderio, rimase a fissarmi come se venissi da Marte, mi urlò contro, “ma hai visto cosa è successo, tre poliziotti sono morti, tre padri di famiglia per combattere la mafia, sono morti.”

Quanti ancora? Quanti ragazzi di appena vent’anni sarebbero morti perché erano servitori dello stato? Quanti poliziotti, carabinieri, finanzieri dovevano morire per proteggere un solo uomo?

Ancora oggi, dopo venticinque anni, queste domande non trovano risposte, ancora oggi la morte di Falcone, per quanto abbia trovato il mandante e il colpevole, non trova risposte. Perché? Ci giriamo intorno, ci arrovelliamo in una sorta di facilità nel dare le risposte, ma non sappiamo nemmeno noi se veramente lo stato e la mafia fossero d’accordo di ucciderlo. Forse, la montatura mediatica è talmente elevata, che non possiamo e non sappiamo quale sia la verità, c’è solo questo, lui è morto, la moglie è morta, tre uomini della scorta sono morti, e le famiglie hanno perso i loro universi.

1995 esame di maturità, non riesco a dimenticarti

Nel 1995, diciottenne, stavo combattendo la battaglia con le materie dell’esame di maturità.

In questo periodo, precisamente ventidue anni fa, soffrivo la mancata libertà, durante i pomeriggi di caldo primaverile me ne andavo alla Floridiana a Napoli, con le cuffie del walkman nelle orecchie e i libri di storia, letteratura e Dante. Preparavo tesine che si intrecciavano con tutto. Avevo scelto di portare all’orare italiano e storia, materie in cui non solo andavo bene, ma che amavo e amo.

C’era solo un piccolo, infinitesimale problema, ero una ragazza di diciotto anni che doveva sprecare i suoi pomeriggi a studiare, anziché potersi divertire con amici e amiche. Non parlo del fidanzato dell’epoca, che era un caso clinicamente disperato, che rendeva le mie giornate una vera agonia, ero troppo cotta per capirlo? O troppo stanca per obiettare? Non lo so. In quel periodo vedevo come mio unico fidanzato Dante Alighieri, l’amante era il libro e il programma di storia, l’altro era il libro di letteratura italiana che spaziava dall’apprezzabile D’annunzio, all’amore per Leopardi, alla voglia di scaraventare ogni cosa oltre il bordo del parco all’arrivo di Foscolo, Monti e Verga.

In quel periodo, Pino Daniele, esce in vetta alle classifiche con la canzone “se mi vuoi” cantata in coppia con Irene Grandi. Il mio amico Tonino, che all’epoca aveva una cotta per una ragazza, continuava a mettere a ripetizione questa canzone, ed ogni volta io vedevo galleggiare davanti ai miei occhi le pagine del libro di storia, anziché dedicare la canzone al ragazzo per cui avevo una cotta, che si stava esaurendo come l’acqua in una bottiglia, io la dedicavo ai giorni che mancavano all’orale, alle ore di studio notturne con la testa su quei libri. Quel disco, mi riporta a quel periodo, a quando io diciottenne cercavo di non pensare alla pressante presenza dell’esame, immaginando invece di finirlo alla svelta per concedermi a cose più importanti, ad esempio: sole – spiaggia – mare. Purtroppo per arrivare alla luce in fondo al tunnel, dovevo passare dal tunnel, che era l’esame.

Per cui ad ogni ripetizione del ritornello “e sale e sale e salirà, quest’ansia che ci unisce” io vedevo il libro di storia venire verso di me, con fare sensuale, da cipollotto andato a male, “e passa ma non passerà quest’attimo che cresce”, di preciso non avevo ancora ben chiaro cosa dovesse passare, ma pregavo che passassero un guaio i professori, la commissione d’esame e che fossimo tutti promossi a tavolino.

Superare quello scoglio di quell’esame mi è costato parecchio, soprattutto la sanità mentale, vedevo esaminatori ovunque, vedevo interrogazioni che si stendevano ben oltre il normale orario scolastico, anche gli amici, Pasqualino e Tonino, ormai portati allo stremo cominciarono a strapparmi i libri di mano e ad interrogarmi, salvo poi rilanciarmi il libro e ridere come degli idioti quando mi sperticavo, o meglio mi arrampicavo, per dare una risposta coerente.

Mentre uscivo con il ragazzo dell’epoca, nella mia mente, ripetevo la biografia di D’Annunzio, la prosa della pioggia nel pineto, una critica sul piacere. Spesso avevo lo sguardo perso nel vuoto, secondo alcuni ormai sognavo ad occhi aperti, secondo altri ero fatta, i più cattivi ovviamente. Io non ero fatta, ero stanca, facevo andare a ripetizione, nella mia testa le parole lette sul libro, così da poterle assemblare tutte insieme. Ero presente assente, molte volte quando mi chiamavano per chiedermi qualcosa, rispondevo con il primo canto del Paradiso di Dante, salvo poi ricordarmi che non ero a casa a studiare, ma in giro a rilassarmi. A casa rispondevo con la prima strofa dell’infinito di Leopardi, per poi ricordarmi che mia zia, magari mi aveva chiesto se volevo un caffè.

Ricordo la sera prima dell’esame scritto, erano le undici di sera, io seduta per terra nel corridoio del palazzo, fogli ovunque, libri ovunque, una matita infilata dietro l’orecchio, modello salumiere, un’altra a cui ormai avevo completamente smangiucchiato la parte posteriore. Ero seduta lì per terra da ore, con il walkman e Sade che cantava che avevo perso la cognizione del tempo, vidi solo le gambe, non sentii ne’ la voce né altro, erano le gambe di mia zia che era venuta a dirmi di andare a dormire.

Raccolsi il marasma da terra, come una bambola la seguii in casa, salvo poi dirle, “Amor ca nullo amato amar perdona.” Ora, cosa cazzo c’entrava il canto di Paolo e Francesca dell’Inferno, quando il giorno dopo avrei dovuto fare il tema?

Il giorno dopo, sveglia dalle quattro di mattino mi aggiro per casa con il bignami di italiano incollato al naso, bevo il primo caffè, che sbaglia orifizio e sale su dal naso.

Vado in bagno a lavarmi con l’inseparabile bignami e non vedo il gradino che mi separa dal water, con pestata di piedi e ginocchiata, insisto per tenere incollato il libro, nonostante ormai le lacrime abbiano preso il sopravvento.

Vado in cucina guardo l’ora le 4.45, facciamoci un ripasso, prendo il bignami, faccio per sedermi e manco la sedia, tonfo per terra. Mia zia ormai esaurita da questi rumori, decide di dare un contributo attivo, si sveglia e chiede il caffe’. Preparo la moka, leggendo il bignami la metto sul fornello e torno a sedermi, dopo venti minuti mi rendo conto che era necessario accendere anche il gas.

Sono le 5.30 del mattino, Napoli comincia a svegliarsi, apro la porta, in pigiama vado a sedermi sul mio amato muretto in attesa di un po’ di fresco, il bignami, ormai mio inseparabile amico, mi segue, o meglio sono io che seguo lui. Lo appoggio, mi seggo e tiro un colpo di tacco al muro.

Basta ho capito che se non poso il bignami più che una maturità mi aspetta un pronto soccorso. Ormai sono le sei del mattino, andiamoci a lavare.

Almeno quello riesco a farlo senza bignami.

Esco di casa, ho appuntamento con mia cugina all’entrata della tangenziale, cammino con il bignami lungo tutta la strada, pesto una merda di cane, una testata ad un ignaro palo della luce, vado a sbattere contro una macchina e l’antifurto impazzito mi fa capire che sono fuori come un balcone. Continuo imperterrita come niente fosse, arrivo all’appuntamento, apro la portiera e me la tiro nello stomaco, il bignami ormai incollato ai miei occhiali appannati, mia cugina che mi guarda sconsolata ed io che le rispondo, “se non lo passo, brucio tutti i bignami che trovo per strada”

Pino Daniele continua a cantare che la sua ansia cresce, la mia ormai ha raggiunto livelli di esplosione, Chernobyl in confronto è niente, mia cugina decide di parlarmi di ragazzi e sesso, nell’ultimo mese l’unico rapporto di sesso che ho avuto è stato con le lezioni di matematica, che in me producono lo stesso orgasmo di una bambola gonfiabile. La guardo come se venisse da un pianeta sconosciuto, la mia faccia a punto di domanda deve essere eloquente, perché le dico “se è una formula algebrica, non l’ho capita”

Lei sconsolata scuote la testa, io riprendo il mio bignami e continuo a studiare. Arriviamo a scuola, esco dalla macchina, bignami incollato al naso, inciampo, riprendo l’equilibrio, bignami incollato ancora al naso, salgo le scale, manco un gradino e tutti giù per terra, il bignami mi abbandona, scivolando velocemente sotto la scrivania della segretaria. Entro in classe mi seggo e manco la sedia.

Quattro ore più tardi, ho finito il tema, sono certa che è venuto bene, recupero il bignami e lo metto nello zaino, esco da scuola come lo zombie di a volte ritornano e tiro dritta, ignara che mia cugina mi sta aspettando per portarmi all’ultima lezione di matematica. Ormai ho dimenticato il mio nome.

Il giorno dopo ho l’incontro con il secondo giorno di scritti, il compito di matematica. Non so un cazzo. Mi sveglio alle quattro, comincio ad andare su e giù per casa, area per perimetro diviso due, formule algebriche mi danzano davanti agli occhi incomprensibili, esco dalla porta e sbatto contro quella della vicina, intontita mi rendo conto di essere andata dritta anziché girare verso il mio muretto, sto lì a guardare sta porta chiusa, estraendo il meglio delle bestemmie napoletane. Avanti e indietro, soleado up e down, la tristezza non se ne va, ma l’ansia cresce.

Altra giornata con il bignami, altro giro altro regalo. Mia cugina, per evitarmi incidenti gravi, decide di venirmi a prendere a casa. Non parla di sesso e ragazzi, parla di matematica, un ronzio costante in sottofondo, la gola secca il bignami aperto, abbandonato sulle mie gambe, conto i secondi.

Arrivo a scuola, scendo dalla macchina, pesto una merda di cane, faccio cento metri ne pesto un’altra, non ho tempo di andarmi a lavare le scarpe. In classe c’è puzza di merda…….

Faccio il compito, credevo peggio, sono alle formule binarie. Ho finito. Vado in bagno e anziché pulire le scarpe con il giornale, omaggio della segretaria, le lavo nel lavandino con i detersivi della donna della pulizie. Ritorno in classe, c’è ancora puzza di merda. In bagno una mia compagna mi passa la soluzione al compito, convinta che sia il verbo del Dio della matematica, sceso dal paradiso o salito dall’inferno in mio soccorso, lo copio. Giro il foglio, lo consegno ed esco dall’aula, puzza ancora di merda. Ho le scarpe bagnate, scivolo, mi faccio le scale della scuola di culo.

All’uscita, diretta alla fermata dell’autobus trovo il mio ragazzo, lo guardo come se fosse il nemico mortale o un supporto morale, “come è andata?” “La classe puzzava di merda, quindi una merda!” rispondo. Lui propone un giro, io propongo casa e letto, ho collezionato troppe notti senza dormire, ho bisogno di dormire.

Mi prendo di pausa solo il week end, poi dal lunedì successivo ecco che comincio lo stato d’ansia con storia e letteratura. Non so neanche se sono ancora viva, so solo che ormai ho imparato a memoria tutto, che lo recito come se fosse la preghiera del mattino, Padre nostro, che sei D’Annunzio, ridammi il mio infinito e prenditi sto paradiso, Amen.

Il caldo comincia, i trentacinque gradi all’ombra di Napoli non consentono di studiare durante il giorno, ad allietare le mie giornate, l’arrivo di mia madre da Milano.

Ed eccole le mie belle nottate, Sade e Pino Daniele, “notte che fai, più magica e strana che mai, confesso i miei peccati con te, peccati solamente da un se” sono peccati del se ma non so un cazzo.

Avanti così per tre settimane, arriva anche il giorno dell’orale, io e l’inseparabile bignami ci siamo sdraiati nel fresco corridoio di casa di mia zia, ormai scrivo che lo amo, ma chi il libro o il ragazzo? Il libro che domande, il ragazzo è partito e non so dov’è, ormai esisto solo per il bignami e lui per me.

Temperature da forno crematorio, io vestita da bambolina, sudo anche dagli occhi. Quel giorno mia madre e mia sorella mi accompagnano, ovviamente insieme all’inseparabile bignami, sono lì da ore, masturbo sto libro che se fosse un pene avrebbe avuto seri problemi di erezione per i prossimi duemila anni. Tocca a me, entro in classe, inciampo, arrivo alle cattedre, pesto il piede contro la gamba del tavolo, cinque secondi di parolacce mentali, intanto gli occhi si gonfiano di lacrime di dolore. Mi riprendo, mi siedo e rispondo alle domande. Finisco in venti minuti, guardo la mia professoressa, sorride e mi dice promossa.

Tre mesi di studio, tre mesi in cui le notti si sono confuse con il giorno, tre mesi in cui ad Irene Grandi e Pino Daniele sale l’ansia per vedersi e a me per sopravvivere e tutto si spegne in venti minuti? Ho finito? Posso andare? Quel torrido mese di luglio ho capito che: Pino Daniele sei il mio porta fortuna e cazzo ci sono riuscita.

 

Scrivo per immagini

Quando scrivo lo faccio per immagini, cerco di portare me stessa e chi si prende la briga di leggermi, in quello che io vedo, quello che sento.

Un disco, una canzone, una fotografia. Io devo sempre portare con me tutte queste cose, devo sempre raccontare creando nella mia mente e in quella delle persone la stessa immagine, come se fossero lì con me, come se io stessi raccontando qualcosa a qualcuno seduto accanto a me.

Anche fosse un ricordo, io devo raccontarlo per come è stato vissuto, so scrivere solo così. Non sono una scrittrice di professione, sono una dilettante, una che vede il mondo con milioni di colori, che però nella sua vita ha ceduto poco alle sfumature.

Oggi sono passata da Janis alla musica Motown. La musica, nessuno mi accompagna o mi presenta un cantante, magari sono presente in quel momento, mentre stanno ascoltando quel disco e se mi piace chiudo gli occhi e comincio a sognare, mi perdo in qualche posto, che non so nemmeno quale sia.

La musica Motown è la musica della giovinezza di mio cugino Enzo. Quando mi capitava di essere a casa sua, spesso capitava di ascoltare questa musica, era rilassante.

Lui si lasciava andare ai ricordi della sua giovinezza, io invece, ragazzina mi lasciavo andare al ritmo e alle voci dei cantanti. Oggi ho voglia di questo, oggi ho bisogno di rivedermi ragazzina, seduta sul divano di casa di mio cugino, lui che racconta ed io che più che ascoltare lui ascolto il suono, ascolto quel basso che spinge, come il motore di una macchina.

Non so scrivere diversamente se non creando, nella mente di chi legge, un’emozione.

Non so perché, ma le immagini che ho in mente mi raccontano di una città degli Stati Uniti, un locale, che potrebbe essere un pub o un semplice bar, un Juke Box, una monetina ed ecco che la musica si spande per tutta la sala.

Una birra, patatine sul bancone, una coppia di colore non più giovane, che balla. Sono così belli da guardare, che quasi rende impossibile staccare gli occhi, sono ipnotizzanti. La musica passa da un lento ad un ritmo, tra il soul e il blues, gli avventori della sala sono lì, con le loro birre, i loro bicchieri, che osservano come me questa coppia. Si muovono così bene che sembrano usciti direttamente da una serata degli anni sessanta. Io sono lì incantata, comincio a tenere il tempo, battendo il piede, mi rendo conto appena che tutti gli avventori del pub, stanno facendo quello che faccio io.

La coppia si è come estraniata, persa in qualche ricordo lontano, ho gli occhi lucidi a guardarli, questo è qualcosa che supera il tempo, lo spazio, la realtà.

Questa musica parla di spiagge, di gente in costume che si gode il sole, la giovinezza, questa musica parla di voler ballare, di volersi divertire, questa musica parla, dice che se anche il mondo è in guerra, se anche ci sono le lotte razziali, nulla è impossibile finché la musica continua a suonare. Mr. Blusman don’t stop the Juke Box.

La mia Janis.

Ascoltare Janis Joplin, per me è come essere in caduta libera.

Passo dalla dolcezza allo stridere della sua voce con le chitarre, è come essere sempre in bilico, come sentire qualcuno che ti scuote dal profondo, solo per darti la forza.

La prima volta che l’ho sentita, avevo undici anni, ho capito poco dei suoi testi, ma in quel momento ho sentito uno strappo alla bocca dello stomaco, con la sua voce, ho sentito che la mia vita non sarebbe stata più la stessa.

La sua disperazione, la sua rabbia erano le mie, le sue urla erano quelle che volevo fare io.

Lei era quella che io volevo essere, ribelle, forte, determinata. Così mi appariva nelle sua canzoni, invece mi resi conto che era emotiva, dolce, ingenua, questo leggendo il suo libro, la sua storia. Un anno tenni quel libro, lo leggevo un goccio a sera, lo leggevo respirando ogni pagina, assaporando ogni parola, tra il gusto del Whiskey, l’acre sapore delle droghe di cui faceva abbondante uso.

Io non vedevo la donna drogata, usata e usurpata, io vedevo la poesia, io vedevo il colore, io sentivo una vibrazione ad ogni accordo, ad ogni singola nota.

Avevo una cassetta con tutti i suoi successi, un giorno in treno, diretta a Napoli per le vacanze, me l’ascoltai a tutto volume per tutto il viaggio, ipnotizzata dalla sua voce, facevo andare avanti il nastro ad oltranza, grande invenzione l’autoreverse,  io mi ero perduta in queste evoluzioni vocali, nessuna come lei ti entra dentro, nessuna cantante ti prende e ti trasporta in bilico su una scogliera o su la cima di una montagna. No, nessuna. Non ci sarà mai nessuna come lei che mentre ti urla Come on, tu sei lì come un’aquila pronta a spiccare il volo. No, non c’è e secondo me non ci sarà mai nessuna come lei.

E’ solo un’immagine. Un bordello di scarso ordine, una coppia che fa l’amore in una stanza, al piano inferiore una donna che canta, è lei, beh ecco, è come se la seta lasciasse il posto alla ruvidezza del sesso.

Non quello edulcorato dei libri, ma quello fatto di passione, di brividi, di non chiedere e dare.

Ecco, se uno si immagina una musica perfetta come colonna sonora, io ci vedo Janis. Perché, non c’è nessuna finzione nel suo modo di cantare, non c’è la finzione del piacere per forza, o ti piace e raggiugi l’orgasmo o non ti piace. Con lei è così, nessuna mezza misura. Con lei è o tutto o niente!