Vorrei morire 

Vorrei morire in silenzio,Addormentarmi e non svegliarmi,

Vorrei andarmene in quell’ora quieta tra la notte e il giorno.

Vorrei morire, prima che la vecchiaia mi raggiunga, prima che sia solo un involucro vuoto,

Vorrei morire su una spiaggia, in riva ad un mare conosciuto, che mi accolga come una madre, vorrei andarmene nella terra che fu di chi venne prima di me, che mi è cara come il cuore che vi è rimasto.

Vorrei morire senza darti pene, senza far rumore, veloce, come un colpo di spada al petto, senza rantoli, senza agonia, senza dolore.

Vorrei morire lasciandomi l’inverno fuori e l’estate accanto.

Vorrei morire sola, per non vedere chi piange, chi finge,

Vorrei morire lontana, lontana da ogni dolore, da ogni vita, da ogni cuore,

Vorrei morire di notte, quando tu non ci sei o sei addormentato, senza che te ne accorga.

Vorrei morire lontana, da questa terra che non è la mia terra, vorrei andare la, dove giace da tempo il mio cuore, tornare a mia madre, perché solo tra le sue braccia mi son sentita amata.

Vorrei morire, non ora, non oggi, ma quando sarà, senza la triste marcia dell’agonia, vorrei andarmene con un sorriso e le stelle negli occhi, vorrei andarmene senza dire vane parole, in silenzio, quasi in punta di piedi.

Lontana da tutto, anche da te.

Annunci

Il mare solitario

L’estate è finita, gli ombrelloni sulla spiaggia sono andati a riposare. Di gente rumorosa non ce n’è più. C’è il silenzio, l’unico rumore è lo stridere dei gabbiani, il mare, che viene a prendersi un po’ di terra.

Guardo queste onde che si rincorrono, seduta su questa sabbia che ha visto orme di piedi, che ha sentito urla di bambini, parole e baci, di tutto questo non è rimasto niente, solo una spiaggia deserta, solo un mare solitario.

Che silenzio, che pace, che bello. La bellezza ancestrale della solitudine, di quel momento che sta a metà tra la fine dell’estate e l’inizio dell’inverno.

La solitudine di passeggiare, sdraiarsi e sentire una vita che torna quieta a riposo.

Amo starmene qui, da sola, con l’unica compagnia della risacca. Arriva, accarezza e se ne va, non ho freddo anche se il vento si insinua prepotente nella mia maglietta, io non ho freddo.

Mi sento libera, come quel gabbiano che ogni tanto si fa vedere, come la corrente del mare che spinge contro la sabbia. Non mi sento sola, ho i miei pensieri e i miei ricordi a farmi compagnia, ho i racconti dell’estate, portati dal mare.

Il panorama è il perfetto connubio tra stare fermi e muoversi. Le nuvole si muovono in questo cielo che, ogni tanto si rischiara, portando così nuovi colori.

Non mi serve nessuno che parli a vuoto, non voglio nessuno che irrompa prepotente con la sua voce a disturbare questo dialogo intimo con le onde.

Sto qui, non so nemmeno da quanto tempo sono qui. Faccio il bilancio, le parole dette, quelle che potrebbero avere significato, quelle non dette, che di significato ne avevano tanto, quelle rimaste impigliate come alghe negli scogli. Faccio il punto. Ogni tanto metto una virgola, perché non voglio niente che si definitivo, che possa portare alla parola fine. Qui non c’è fine, c’è solo l’inizio, un inizio continuo, che va e torna, che tocca, abbraccia, accarezza, così all’infinito. Qui non c’è trambusto, non c’è affanno, c’è solo l’arrivo delle onde, la sabbia che si lascia accarezzare.

Qui c’è l’eterno abbraccio, tra mare e terra, tra silenzio e parole, tra vuoti immensi che non possono essere riempiti.

Infilo i piedi nella sabbia, il calore dell’estate è ancora lì, non si è perso. Mi sdraio a guardare il cielo, chiudo gli occhi e mi lascio cullare da questi dolcissimi rumori, ripenso a quante volte mi sono addormentata su una spiaggia, con l’unica compagnia del rumore del mare, penso a quante volte, anche lontana da qui, ne ho sentito il profumo, intenso, a quante volte nel chiudere gli occhi, io abbia sognato questo posto. C’è chi sogna la persona amata, c’è chi sogna e non ricorda, io sogno sempre questo posto, è come un richiamo, come una voce conosciuta e sconosciuta che mi porta qui, perché qui mi ritrovo, perché qui sono io.

(foto Vincenzo Zannini – Fotoriando Napoli)Vincenzo Zannini il mare

La casa dal passato riflesso

La rivedo ancora quella casa, quella dove sono cresciuta, dove l’estate entrava l’aria fresca del mio quartiere, dove di inverno era intrisa dell’aroma di caffè e sigarette.

La rivedo, con il suo passato di voci e risate, di sogni e desideri, di lacrime e sorrisi.

Ne sento ancora il profumo, se chiudo gli occhi, posso scorgere il sole del pomeriggio riflettere sui mobili della mia camera.

Posso vedere i giochi d’ombra e luce creati dal vecchio specchio appeso alla parete, posso toccare quella coperta a quadri verde e marrone, quella cassettiera enorme in legno di mogano. Quella che per aprire un cassetto dovevi mettere una mano sul bordo e tirare, quella dove rischiavi, ogni volta, un infortunio.

Se chiudo gli occhi, dai provaci, fallo insieme a me, chiudi gli occhi, puoi vedere il balcone con le ante pitturate d’azzurro, il pavimento chiaro e il sole che vuole entrare prepotente, se guardi bene ci trovi il letto, quello della nonna, con i materassi in lana, quelli che avevano più gobbe di un dromedario, quello dove, d’inverno riscaldava quando ormai ti dovevi alzare.

Io lo sento ancora il profumo di quella casa, e tu? Io la sento ancora quella vita che si alzava e inondava di luce e aroma di caffè. Io la vedo ancora, persa, forse, nelle pieghe del tempo, ma sempre lì, dove ti basta un attimo per tornare davanti a quello specchio, dove ti basta un attimo per ritrovare chi hai perso, sempre lì, sempre seduto a quel tavolo, sempre con quella tazzina di caffè scheggiata tra le mani. Io ci penso sai, ci penso sempre a quella casa, ora non è più mia, ma lì c’è un passato e ogni volta che voglio lo ritrovo riflesso nella mia mente, come se la stessi guardando da uno specchio, dall’alto, io posso rivedere quella casa, posso rivedere la mia vita, come se non fosse mai passata, come se non se ne fosse mai andata, come se io fossi lì, insieme a quei mobili vecchi, insieme a quella moka, insieme a quelle sedie, insieme a tutti coloro che un giorno sono entrati in quelle mura.

(Foto Vincenzo Zannini – Fotoriando Napoli)

Vincenzo Zannini la casa allo specchio

Immagini e parole

Sto pensando alle fotografie, quelle emozioni che si racchiudono in un attimo, quel momento in cui trovi la perfezione, il dito pronto e il tutto resta eterno.

Non so perché dovrei spiegare cosa mi spinge a fare una foto, non quelle del turista che le fa per avere un ricordo di un posto, ma quelle strane che vengono in quei momenti particolari, quelle dove c’è la perfezione, il momento preciso tra luce e ombra. Il contrasto netto e definito. Non so perché mi si chiede di spiegare cosa ho visto quando ho scattato quella foto, io non lo so, so solo che ogni volta che la guardo, mi racconta qualcosa.

Forse il momento, forse la persona, forse il ricordo, forse, forse, forse. Ho fermato un attimo, un solo piccolo istante è diventato eterno.

Si per me la fotografia è l’attimo eterno, fatto di istanti e di istinti, fatto per fermare, per ricordare, per raccontare.

Non si può spiegare un’emozione, quando lo si fa, perde di valore, il suo significato si perde, le parole a volte sono solo un mezzo, che puoi usare per dire, ma ciò che parla di più sono gli occhi, perché vedono, mettono a fuoco, fermano.

Posso raccontarti milioni di storie su una fotografia, ma non sarà mai la stessa versione della prima volta, perché è quello, ciò che ti viene detto per primo, ciò che ti viene da dentro, che non puoi ne’ fermare ne’ zittire. Ogni foto è un racconto, ogni foto racconta milioni di storie, diverse tra loro.

Tu che le guardi definisci solo se sono belle o brutte, io che le scatto definisco solo quello che in quel momento ho sentito, provato, toccato.

Potrei raccontarti del profumo di quel momento, del freddo o del calore che ho provato, potrei dirti tutto quello che vorresti sentirti dire, ma non sarà mai quello che io ho vissuto, perché in ogni istante, l’istinto mi ha detto qualcosa di diverso.

Ti lascio il pensiero, il momento, lo scatto, trai tu il racconto che vuoi, scrivi tu le sensazioni che ti da quel momento reso eterno dal mio indice destro, scrivi tu di quegli occhi che non puoi cancellare dalla mente, perché ti sono rimasti dentro, incollati come un adesivo, scrivilo, raccontalo, perché le mie parole, non sanno farlo, perché io non so raccontarti le mie emozioni, non so dirti cosa ho provato, perché in quel preciso istante, in quell’attimo che ha preso il volo, di emozioni ne avevo tante, troppe per quantificarle, per raccontarle, per dirle con delle parole che tu possa anche solo capire.

Si, comunque, io quegli occhi non li dimentico, a volte li ritrovo in altri occhi e per quanto simili non sono mai gli stessi. Si perché la mia mente scatta foto molto più nitide di qualunque altra macchina fotografica, perché la mia mente, ricorda, raccogliendo quegli istanti, vorrei cancellarli, credimi, lo vorrei, ma nulla, non ne sono capace, quando cerco di cancellare quel momento, eccolo che si ripresenta, ecco che rivedo e rivivo quegli occhi, quelle mani. A distanza di anni ricordo ancora le parole, la voce, il viso, ma più di tutto, ricordo gli occhi, quegli occhi che non smetteranno mai di seguirmi, di salutarmi, di guardarmi, tristi e soli.

Perché dovrei raccontare ciò che la mia mente ha fotografato? Perché dovrei raccontare come è nata quell’emozione? Perché dovrei portarti dentro i miei sentieri oscuri, per mostrarti i miei contrasti? Perché non guardi tu stesso queste foto, perché non gli dai tu un significato, perché non le racconti tu le parole che io non riesco a dire? Perché dovrei raccontare quell’immagine, quell’abbraccio, quel bacio, perché dovrei farlo?

Io non so farlo, io non so quali parole usare per dirti tutto, per dirti niente. Io so solo che non c’è un solo giorno in cui io non ricordi e non riviva tutto, perché vorrei chiudere questo in una scatola ma non ci riesco, perché sei prepotente, sei invasivo, sei forte, molto più di quanto io sia mai stata, perché quello che vorrei dire è solo basta, mentre quello che dico è, ancora.

IMG_1174

(foto Daniela Grigetti)

Il mare in tempesta

Vincenzo Zannini 3

(Foto di Vincenzo Zannini – Fotoriando Napoli)

Il mare in tempesta ha per me il fascino della vita. Oggi me ne sono venuta qui, il tempo è perfetto per pensare, riflettere. Sono affacciata a questo muro, guardo le onde che si rincorrono, ogni tre una si scontra contro la barriera di scogli. Un po’ come la vita, ogni tanto ti scontri contro qualcosa di ancora più duro. Gli scogli probabilmente sono abituati a questo infrangersi, a questo violento abbraccio, restano lì in attesa che arrivi un’onda, poi un’altra.

Il cielo è nero, un rincorrersi di nuvole temporalesche, vorrei che piovesse, che piovesse forte, tanto da scuotermi, tanto da farmi correre al riparo, anche se un riparo non c’è.

Mi siedo su questo muro, lo sguardo rivolto al mare, nel suo moto eterno lui è l’unica costante, si muove, si alza, si abbassa, respira. Si arrabbia, si infrange contro tutto quello che trova sul suo cammino, un po’ come me davanti ai no, solo che io non ho la forza eterna di questo mare.

Qualche goccia volante arriva a me. Chiudo gli occhi, aspetto di sentirne ancora, ma niente. Il mare intanto continua ad urlare la sua rabbia, sembra la mia, è la mia. Il cielo sta lì, nel suo nero da temporale, arriva il tuono, lento e roboante, da questo muro lo confondo con il rumore del mare. Ritmici, come i tamburi, come una batteria, come i battiti di un cuore.

Come è intenso il profumo del mare, quando è agitato ti si instaura nelle narici, lo senti venirti addosso, abbracciarti come un amante, quel profumo è una droga. Lo senti penetrare ovunque, sotto la maglietta, sotto la pelle, tra i capelli, è una carezza, quelle carezze fatte solo da chi in quel momento ti ama.

Il mare mi chiama, mi vuole avvolgere nel suo eterno abbraccio, ma ho ancora cose da fare, ancora momenti da vivere, ancora, forse, parole da scrivere. Si, però, scivolerei come sabbia in quell’abbraccio, legandomi a quelle onde, assaporando un momento l’amplesso del mare, per poi scendere negli abissi, lo farei, ma non posso, non devo.

La poltrona del tempo

Sono qui seduta su questa poltrona da ore, aspetto, in silenzio guardo il muro.

Il rumore del traffico arriva dalla finestra aperta, entra insieme all’aria fresca di questo settembre a metà tra estate e autunno.

Aspetto qui, seduta, le gambe sotto il corpo. Aspetto che tu faccia il tuo ingresso da quella porta, non so perché sto qui, forse perché so che prima o poi arriverai.

C’è un rubinetto che perde, una goccia alla volta, tiene il tempo, una goccia, un’altra goccia, un’altra ancora. Non mi alzo da qui, aspetto solo che questa poltrona diventi troppo scomoda.

Muovo le gambe, cambio posizione, il tempo passa, non so che ore siano, potrebbe essere mattina presto o pomeriggio. Non ho voglia di alzarmi, perché se lo facessi il tempo perderebbe la sua importanza, mi renderei conto che ti sto aspettando invano, che ogni mio pensiero, desiderio, sogno si infrangerebbe contro la realtà. No. Resto qui, seduta, in questa stanza vuota, senza un quadro alla parete, senza un televisore, senza niente che possa distrarmi dai miei pensieri o dal mio pensiero. Tu che nella mia immagine assumi i contorni sfumati di un sogno, una fantasia che non si realizza, che lascia solo una lunga scia di silenzio.

Sono giorni, mesi, anni che ti aspetto, ho contato i secondi che, lentamente sono diventati minuti e poi ore, ho contato i battiti di ciglia, i battiti del cuore, ho contato tutto, come lo sgocciolio dell’acqua, tutto da questa poltrona, tutto guardando fuori senza neanche scomodarmi a vedere la via, solo il cielo.

L’ho visto passare da rosa dell’alba al dorato del giorno, rosso del tramonto e al nero della notte, ho visto le stelle, la luna, ho visto il cielo affacciarsi su un nuovo giorno, intanto io restavo qui, ferma ad aspettare te.

Il tempo quando si aspetta ha due velocità, se per una cosa bella, scorre lentamente, quasi a volerti dare un sorso di veleno alla volta, se è per cose brutte accelera inesorabilmente, tanto da farti rimpiangere di non averne avuto di più. Il mio tempo con te è finito, è durato poco più dello sbattere d’ali di una farfalla, ma anche se è passato e so che non tornerai, io sto ancora qui ad aspettarti, seduta esattamente dove ci siamo visti l’ultima volta, seduta qui, forse tornerai, forse no, io so solo che questa poltrona mi accoglie.

(Foto Zannini Vincenzo – Fotoriando Napoli)

Zannini Vincenzo

Libri

Salve amici ed amiche. Oggi ho una curiosità da porvi e spero che rispondiate in tanti.

Vi piacerebbe leggere un libro scritto dall’autrice Daniela Grigetti?

Una storia che si tramanda in genitore in figlia, una storia tutta al femminile?

Aspetto i vostri commenti.